Ma perche’ te ne sei andata se poi senti nostalgiaMagari con un po’ più di sacrifici rimanevi qui però almeno erano ripagati dall’affetto di amici e familiari.

Questa credo sia la domanda, piu’ o meno esplicita, che ci sentiamo fare noi expat. A me l’hanno posta qui e credo di poter rispondere parlando in generale, non solo di me.
Premessa. Non sono mai stata una attaccata in modo particolare alla patria, ne’ alla mia famiglia, visto e considerato che per motivi vari sono dieci anni che la mia famiglia nucleare vive tutta separata in varie citta’ di Italia; gli unici parenti stretti frequentabili, finlandesi a parte intendo, sono da sempre in una quarta citta’, e a loro volta poi si sono splittati in ulteriori due. Insomma, dal 2002 a Roma c’ero rimasta solo io.

E stavo bene eh, la mia citta’ mi e’ sempre piaciuta, e poi c’erano gli amici, pochi ma buoni, e il lavoro. Certo, tanti altri amici erano gia’ andati via… E d’accordo, il lavoro era precario… E con la famiglia non ci vedevamo cosi’ spesso tutti insieme… Ma c’era una quotidianita’, il telefono poteva squillare senza problemi e se ora eri impegnata ci si sentiva tra un po’, insomma, sotto lo stesso cielo le cose sono facili, anche se a distanza, e il tempo si trova sempre.
Poi la vita ti da’ un’occasione. E non parlo di me eh, parlo per chiunque abbia fatto fagotto e se ne e’ andato. Un’offerta di lavoro, un corso di studi, un ricongiungimento familiare, quello che sia. Si valutano pro e contro, si soppesa l’opportunita’ offerta, e si parte. Nel mio caso, un visto studentesco.
A volte vicino, magari ad un paio d’ore dall’Italia, altre volte dall’altra parte della luna.

All’inizio e’ tutto nuovo, sei concentrato sull’ambientarti in un posto nuovo, magari sei ospite che so, in Cina, Giappone, Turchia, e la cultura e’ completamente differente. Magari devi cercare casa, magari sei talmente assorbito dalle novita’ dal vivere come in un frullatore, e ci capisci poco o niente, ma devi andare avanti. A me questo non e’ capitato, avevo abbastanza le spalle coperte, e poi come ho gia’ raccontato avere un’aspettativa del peggio, prima, spesso mi aiuta ad affrontare meglio le cose. Pero’ certamente dopo due anni di rapporto a distanza quello che volevo era lui, stare con lui, vivere con lui. Io sono expat per amore.
All’inizio resti in contatto con amici e parenti piu’ o meno allo stesso modo, ma in un paio di mesi le cose cominciano ad allentarsi, non e’ che stanno tutti li sempre, giustamente, ad aspettare le tue mirabolanti avventure, che poi piu’ normali di cosi’ non si potrebbe… Un lavoro di otto, dieci ore, il ritorno a casa, l’uscita serale, insomma, niente di che. E i rapporti iniziano a sfilacciarsi anche per colpa del fuso, ma non solo, come mi avete insegnato in risposta ai miei sfoghi. Magari skype non e’ ancora stato installato, magari quel messaggio su whatsUp non viene recapitato, e le mail viaggiano lente al giorno d’oggi. E il fraintendimento e’ dietro l’angolo, perche’ sia da una parte che dall’altra si interpreta male un silenzio troppo duraturo.
Poi certamente per chi vive in America sei ore di fuso sono tante; peggio ancora per chi e’ sulla costa ovest, diventano nove, impossibile avere una quotidianita’, quasi impossibile ritrovarsi davanti un video, il tempo, gli impegni e le reciproche famiglie fanno il loro sporco lavoro.
I tuoi amici vivono, i nipoti crescono, le mamme imbiancano e tu non ci sei mai. Ti ritrovi a vivere condizioni psicologiche assurde, come quando una mancata risposta di ore ti fa uscire di testa e pensi a chissa’ che tragedia in corso; un banale esame medico di routine ti porta a pensare che nel caso la signora con la falce passasse in Italia a prendere qualcuno anzitempo tu non avresti cosi’ facilita’ di spostarti e viaggiare e poter vedere quella persona per l’ultima volta: il visto, il biglietto, i soldi, il tempo, tutto e’ decuplicato. Non e’ come stare a Roma e doversi precipitare a Torino ed organizzare il tuo lavoro per due giorni. Nel mio caso dovrei avvertire il College della mia assenza, avere l’autorizzazione ad andarmene per un tot di giorni prefissati dopo aver compilato il modulo x che deve essere spedito all’ufficio immigrazione, e non devo dimenticare di portare con me il modulo y, pena il mancato rientro in questa terra che mi sta accogliendo. E fare dodici ore di volo fino a Roma o Milano, e almeno un altro paio per arrivare dalla mia famiglia, tra frizzi e lazzi.
E cosi’ inizi a sentirti geograficamente ed emotivamente distante. Anche perche’ vivi in un posto in cui parlano un’altra lingua, mangiano diverso che dal tuo paese, prendono misure diverse che dal tuo paese, lavanosi comportano diversamente che nel tuo paese, si salutano diversamente che nel tuo paese, e ti guardano diversamente. Senza considerare poi che in una terra di frontiera come questa si uniscono decine di modalita’ differenti, usi e costumi appartengono a tante popolazioni completamente diverse da te e cosi’ anziche’ ritrovarti in un linguaggio comune che faciliti le cose e ti permetta di ambientarti appartenendo, ti ritrovi a sottolineare qualsiasi diversita’ differenziandoti. La multiculturalita’ ha vantaggi e svantaggi.
E se racconti di te a chi e’ rimasto in patria non sempre vieni considerato uno coraggioso, ma piuttosto uno che e’ scappato; uno che ha scelto la vita facile e i soldi (adavede); uno che pontifica sulla madrepatria sputandoci sopra; uno che non ha avuto le palle per combattere per una causa comune.  Potete leggere un bel post di Domenico Naso per capire, o i commenti al mio racconto o a quello di Alain pubblicati su Italiansinfuga. E solo per citarne tre. La polemica e’ sempre dietro l’angolo. O magari semplicemente non ci si capisce piu’, come quando devi smontare i soliti pregiudizi di chi giudica il paese in cui vivi non avendoci mai messo piede ma solo per fanatica ideologia, e non aiuta ne’ te ne’ gli altri, perche’ si estremizza tutto e vieni considerato uno che si e’ bevuto il cervello. E per lo stesso motivo ma invertito non puoi nemmeno piu’ parlare del tuo paese, perche’ leggi, ti informi, ma non e’ la stessa cosa che viverci. E le tue idee politiche, sbandierate da anni e sempre uguali, improvvisamente diventano diverse. Vabbe’ chiusa parentesi.

Quindi, per rispondere alla domanda iniziale che sicuramente polemica non era, no, non avrei potuto, in quel momento della mia vita e di quella di My, fare diversamente. Venire qui da lui e non far tornare lui in Italia e’ stato il migliore compromesso che abbiamo trovato. Va da se’, evidentemente, che se fossi stata una persona cosi’ tanto legata alla mia famiglia, agli amici e alle radici, dall’Italia non mi sarei mossa. C’e’ un sacco di gente che non parte ma ce ne sono tanti che vanno e provano a vivere lontano. Qualcuno non ce la fa e torna, qualcuno resta lamentandosi e vorrebbe tornare, qualcuno resta e si trova bene e non pensa affatto di rientrare.

Ma per tutti vivere lontani dagli affetti e dalla famiglia e da certe abitudini significa provare nostalgia. Che ti assale mentre sei al supermercato e passano Laura Pausini, che pure non ti e’ mai piaciuta. O cerchi spasmodicamente di sapere come si sono classificati gli italiani alle Olimpiadi. O scrivi un post idiota sui prodotti italiani che vendono da Marshall’s. O ti esalti quando trovi in vendita gli gnocchi di semolino o i pasticcini italiani, che poi li compri e sono tutti appiccicati perche’ il cioccolato si e’ fuso. O trasali improvvisamente se senti un accento familiare, o un viso italico, perche’ noi italiani abbiamo una fisionomia, siamo esattamente come i cinesi.

E sebbene siamo un popolo che non sa fare comunita’, che quando si incontra per strada fa finta di niente o manca di solidarieta’ di patria, tra expat ci seguiamo e ci capiamo; e ancora di piu’ troviamo nella rete un sostegno importante, proprio perche’ la vita reale un po’ fa acqua, un po’ e’ desolante, il virtuale ci scalda e ci permette di trovare quella dimensione che siamo stati volontariamente costretti a lasciare, e spesso perfetti sconosciuti si affacciano nella tua vita portandoti conforto e calore e ti viene voglia di chiamarli famiglia, perche’ sanno sostenerti e capirti in un momento di fragilita’ e trasformazione personale. E perche’ come te si trovano catapultati nel presente e nel futuro, e il tempo acquista un peso che non pensavi potesse avere.

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