Ho appena finito di leggere un libro che mi e’ piaciuto moltissimo. Quello della pma e’ un argomento, lo sapete, che mi sta molto a cuore. Per certi versi, e’ paradossale, mi sembra di aver perso qualcosa di speciale, tanto ci sto dentro a certe storie che sono diventate anche un po’ mie.
Nell’ultimo anno ho letto due libri che parlavano di pma, coniugati da due punti di vista differenti, scritti col cuore di chi ce l’ha fatta e di chi non si sa. Uno spartiacque fondamentale, direi. Ma non citero’ il secondo, per rispetto dell’autrice e perche’ il mio e’ un punto di vista assolutamente parziale. Voglio invece parlare del libro di Raffaella.
Ho divorato Lettera ad un bambino che e’ nato, anche se la lettura ha dovuto subire diversi stop a causa delle ultime pesanti settimane con laPicci, roba che la sera casco addormentata dopo aver letto due righe in croce.
In questo libro il dialogo col figlio e’ un bell’espediente per poter spiegare che cosa e’ la procreazione medicalmente assistita. Perche’ ci si arriva. Cosa si deve fare. Quale e’ la situazione legislativa italiana. Quali contrastanti emozioni accompagnano il cammino tortuoso di una donna che vorrebbe essere mamma.
Ecco, le emozioni. E’ questo, a mio parere, il punto di forza di questo bel libro. E non solo perche’ sono una psicologa.
L’altro libro che avevo letto narrava in modo simile le vicende di una giovane donna alle prese con la fecondazione assistita. Quello che mi aveva duramente colpita era la totale assenza di emozioni. Tutto il libro era solo un elenco di cose da fare, appuntamenti, prelievi, transfer, tutto narrato senza pathos. Ma chi e’ stata in quello che io chiamo il tunnel nero lo sa che e’ esattamente cosi’. Si va avanti a volte per forza di inerzia, appese alla disperazione, in cerca di una minuscola speranza a cui si cerca di aggrapparsi con tutte le forze, e non si ha tempo per chiedersi come si sta e cosa si sta provando, e se si sta facendo la cosa giusta, perche’ e’ una guerra contro il tempo. Non si ha il lusso di abbandonarsi al pianto, allo scoraggiamento, alla rabbia di chi puo’ fallire, perche’ lo stato emotivo potrebbe compromettere tutto. E quindi ci si congela. Quel libro li’, che non ho amato anche perche’ restava incompiuto, era gelido. Come ero io in quel periodo, che certe cose le ho solo sfiorate e mi sono state strappate.
Invece Raffaella, che e’ una brava scrittrice di cuore e di testa, ha saputo districare la tela di quei pensieri intrecciati che abbiamo avuto tutte noi diversamente fertili. Ha deciso di raccontare a suo figlio chi erano i suoi genitori prima che ci fosse anche lui, cosa e’ accaduto, come e’ venuto al mondo e con quale determinazione da parte di mamma e papa’. Per ogni capitolo, organizzato cronologicamente, Raffaella intreccia il racconto del cosa al come, dando forza alla narrazione che diventa lucida. E Dio solo lo sa quanto una persona persa nel dolore abbia bisogno di lucidita’. Se l’altro libro mostrava una protagonista arrancante dietro alle cose da fare, qui Raffaella funziona da guida, esperta, in una processo lungo e non libero di ostacoli affettivi e concreti, ma chiaro. Questo e’  un passaggio in cui mi sono riconosciuta:

Cercarti e poi trovarti ha scosso i nostri equilibri facendo emergere una rabbia taciuta, un dolore non ascoltato. Mi sono resa conto solo a posteriori che io per Lui non ci sono stata come lui c’è stato per me. Ho creduto, sbagliando, che non ce ne fosse bisogno, che Lui in quanto uomo, forte e saldo, bastasse a se stesso. L’ho creduto potente, energico, capace di combattere i suoi e i miei demoni, impermeabile di fronte ai fallimenti. Non ho ascoltato, concentrata su di me, non ho chiesto quali fossero le sue paure, le sue esigenze, non l’ho amato come si sarebbe, invece, aspettato. La frattura di cui parlo, quella cosa che comincia con una crepa lungo le pareti della coppia, che diventa poi, lentamente, distanza e separazione dall’altro è la rottura dell’ordine biologico e insieme la fatica di concepirsi diversi, esclusi dall’ordine atavico delle cose.

Perche’ l’infertilita’ non e’ solo la prova di avere qualcosa che non funziona, come donna o come uomo, ma un terremoto emotivo che mina una coppia alle fondamenta. A partire dal bisogno fondamentale di ciascuno dei due di essere riconosciuto e sostenuto come individuo, e il dolore del partner non e’ inferiore a quello di chi ha il marchio di fallibilita’.
La forza del libro di Raffaella, oltre a quello evidente di infondere speranza perche’ lei e’ una che ce l’ha fatta, e’ anche la lucidita’ che permea il racconto. Provo ad immaginare lo smarrimento di una donna con una diagnosi di infertilita’, provo a ripensare a me stessa in quegli anni con la diagnosi del mio ex marito e mi dico, se ne parlava davvero troppo poco. Eravamo, nel 2002, una setta segreta e piena di vergogna su CUB e ci si passava le informazioni sottobanco. Avessi avuto tra le mani un libro come questo, o avessi gia’ conosciuto il mondo meraviglioso della rete di solidarieta’ tra blogger, ne sarei uscita diversamente. Ma oggi non sarei in America e non avrei My accanto ne’ laPicci con i suoi due dentini a riempirmi il cuore, anche se da una serie di intrecci a quanto pare My ed io non potevamo non incontrarci, prima o poi, e infatti strano che non ci fossimo incontrati prima, ma questa e’ un’altra storia.
Il filo conduttore di questo libro scorrevolissimo non e’, solo, il dolce racconto di una nascita speciale e preziosa, ma la fecondazione assistita stessa, raccontata in una logica che lega ogni capitolo all’altro in cui la conclusione di ciascuno e’ il tema conduttore del successivo. Raffaella prende per mano e indica la strada, compresa quella del fallimento, della rinuncia o dello scegliere altre vie. E racconta tutto senza mezzi termini, non edulcora. Perche’ il libro e’ dedicato a suo figlio, ma parla a tutte noi, a tutti quelli, e siamo tanti, che si trovano ad un certo punto a fare i conti con il non poter essere genitori come speravano.

Decidere quanto tempo si vuole provare e darsi un limite è fondamentale in un percorso di Pma. Non si può andare avanti a oltranza. Ci devono essere dei limiti, che possono essere anche rivisti ma, comunque, sono proprio i limiti a darci il senso di essere ancora padroni della nostra vita, in grado di gestire i risultati. Prima di arrenderci avremmo dovuto esaurire tutte le possibilità che ritenevamo ragionevoli. Senza accanirci contro il corpo e il destino, questo c’eravamo ripromessi. E il caso ha voluto che avessimo ragione a continuare.

Compratelo, leggetelo, divoratelo. Al termine, mi e’ scoppiato il cuore di gioia. Raf, ti sono riconoscente.

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