Tra i miei contatti, reali e virtuali, ci sono tante insegnanti. Spero che nessuna se ne abbia a male se dico che in patria ho avuto non delle buone esperienze con le maestre, che ho trovato spesso approssimative e un po’ troppo impermeabili all’apprendimento e al confronto. Dovrei aprire un capitolo sulle modalita’ di reclutamento delle insegnanti di scuola materna e primaria, ma siccome ultimamente le cose sono cambiate gia’ grazie alla SISS, confido nelle nuove generazioni. Di certo quello che ammiro in loro e’ una capacita’ che a me mancava del tutto, quella di riuscire a gestire quotidianamente quel livello di energia inesauribile scatenato da classi di venti e piu’ piccoli diavoli. Quando andavo a lavorare alla scuola elementare, una volta a settimana per cinque interminabili ore, avevo il maldipancia da due giorni prima. Conoscere i propri limiti e le proprie risorse e’ importante, e quindi viva gli adolescenti tutta la vita.
Della scuola materna ed elementare in America non conosco ancora nulla, ma tante blogger che vivono qui sono delle insegnanti. Leggendo Nonsisamai, per esempio, ho capito che le maestre qui hanno una considerazione completamente diversa che nel nostro paese, non vivono sotto la costante critica dei genitori – personalmente assistevo a scenate ridicole verso i prof delle medie che notoriamente godono di un maggior rispetto – e soprattutto ho imparato che qui l’organizzazione scolastica, in orario e programmi, dipende dalla singola scuola e non dal M i n i s t e r o. Ma se mi sbaglio mi corigerete, vero?

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I bambini americani crescono abituati fin da piccoli, a casa, a collaborare, esattamente come descritto da Irina nel post di ieri. E prestissimo vengono resi indipendenti anche economicamente; se c’e’ la paghetta, e’ corrisposta dietro esecuzione di un lavoro domestico. Nel fine settimana si vedono sempre bimbi vendere la limonata come nelle strisce dei Peanuts, mentre i piu’ grandi si offrono di lavare la macchina o di raccogliere fondi per la loro squadra di football/baseball. Tutto questo avviene in strada, e siccome non conoscete Miami vi diro’ che spessissimo i capannelli di ragazzini sono anche lungo la US1 cittadina, ad altissimo traffico, con tantissime intersezioni, fiumi continui di macchine. In una parola: pericolosa.
Poi ho letto due bellissimi post. Il primo di Georgia Peach, della mamma che insegnava il valore del denaro ai figli, e che la dice lunga sulle differenze con la nostra cultura chioccesca; il secondo della mia ormai costante ispiratrice Nonsisamai, sul comportamento dei piccoli italiani avvezzi al turpiloquio. In questo post in particolare i tanti commenti erano diventati un meraviglioso confronto tra culture diverse sulla gestione del capriccio, che cerchero’ di riassumere.
Vale VK per esempio scriveva:

Contemporaneamente molte persone senza figli quando io vado in giro in italia con le mie pargole, appena mi vedono si spaventano e si allontanano, tipo che se mi siedo al bar cambiano tavolo dicendo a bassa voce ommioddiooooo, ma non puo’ lasciarli alla babysitter o ai nonni per farsi l’aperitivo?? […] penso che la grossa differenza con l italia derivi dal fatto che ormai da noi sono tanti anni che di bambini ce ne sono pochi: i bambini non sono abituati a giocare con fratelli piu piccoli e piu grandi, imparando a condividere spazi e oggetti e a essere protettivi dei piu piccoli, gli adulti o sono iperprotettivi e pieni di attenzioni fino ai vizi perche’ il bambino e’ il figlio unico e nipote unico di 4 nonni, oppure non avendo figli nipoti o cuginetti non hanno assolutamente comprensione per i piccoli.

La scuola ha senz’altro il suo peso. Chiedevo nei commenti come venisse gestito all’estero un bambino che fa i capricci a scuola. Cowdog mi risponde

nell’asilo tedesco del mio grande (ha 4 anni) la punizione e’ un “Klugesspiel”, ovverosia un gioco intelligente, tranquillo, come un puzzle o un rompicapo. il bambino viene allontanato dal gruppo, messo a sedere ad un tavolo da solo a fare il rompicapo. in questo modo il bambino viene distratto e si tranquillizza, poi tutto ricomincia come prima. In UK invece c’era una zona time-out, ovvero un’area della stanza dove il bambino veniva messo (lontano dal resto del gruppo) a tranquillizzarsi per qualche minuto. in entrambi i casi l’idea e’ di allontanare il bambino dal gruppo (cosa che non e’ in genere presa bene) e dargli tempo di calmarsi e ricominciare senza musi da parte di nessuno.

Credetemi, ci sono rimasta. Non ci vuole molto in effetti, la strategia mi sembra efficace. E Nonsisamai aggiungeva:

le maestre sono sempre a caccia di ‘teachable moments’, quel qualcosa che puo’ dare l’occasione al bambino di portarsi a casa un insegnamento nuovo e le scaramucce funzionano benissimo. Di solito si parla con il bambino e si fa dire a lui cosa e’ successo, anche se si e’ visto tutto. Poi gli si chiede perche’ lo ha fatto e gli si chiede di parlare con l’altro bambino, chiedergli scusa e ‘farlo sentire meglio’, magari dandogli un abbraccio o facendogli usare il gioco o qualunque cosa sia necessario. Se questa procedura si inceppa c’e’ il timeout. Esci dal gruppo a meditare e torna quando hai capito cosa hai fatto e sei pronto a parlarne. Poi certo dipende dalle eta’. Per i piu’ piccoli a scuola vedo molto anch’io quello che raccontava cowdog. Io stessa, se ho un bambino particolarmente molesto, gli chiedo di fare qualcosa di tranquillo come mettere a posto un’enorme scatola di pastelli, cose cosi’. 

Era la prima volta che sentivo parlare di qualcosa del genere. Roba che alla succitata elementare il bimbo meno collaborativo veniva mandato fuori dalla classe in punizione, o in altra classe in punizione, o dalla direttrice in punizione. Ho gia’ detto punizione?
Il timeout invece scopro essere usato in piu’ di una scuola, ma credo abbia il limite dell’eta’ del bambino. Per dire, nella mia esperienza molti alle medie ancora non erano in grado di gestire questo momento di metariflessione.
Ancora Cowdog:

io non so come siano gli asili italiani, ma qui in germania la disciplina e le regole sono un must negli asili, ci sono punizioni (adeguate) per chi disturba la quiete pubblica, si enfatizza la necessita’ di adeguarsi alla societa’. Non so nemmeno come siano i bambini italiani, a dire il vero, a me qui non sembrano particolarmente angelici, ma qualcuno mi ha fatto notare che il mio tappo si comporta bene quando e’ in giro con me, mi ascolta e ubbidisce (anche se e’ un teppista, intendiamoci) e cosi’ anche i bambini tedeschi in vacanza pare siano visti come educati. Non so dove stia il problema, ma sospetto che lo sforzo congiunto genitori-scuola sia necessario per crescere una persona educata. 

In italia, e questo lo vediamo soprattutto da lontano, si sbraita, ci si manda a vaffa, si e’ normalmente scortesi col cliente. E quello che mi colpisce e’ che lo si fa con gli sconosciuti, come se fosse scusabile, mentre poi con gli amici si e’ tutti sorrisi e cerimonie. 

Gia’. Dove nasce il problema? In famiglia? A scuola? Nella societa’? Dalla cultura?
Mi piacerebbe poter avere un confronto con le maestre, e ce ne sono tante che leggono spesso in silenzio, a proposito dell’educazione dei loro alunni. Come scrivevo ieri, qui il sistema di ricompensa del comportamento virtuoso e’ usato tantissimo, e credo che sia decisamente piu’ educativo rafforzare un comporamento positivo mettendo una stellina sul cartellone appeso in classe piuttosto che mettere in punizione mandando fuori dall’aula. Qualsiasi insegnante italiana di nuova generazione, che ha studiato psicologia dell’educazione, sa che l’inclusione dell’alunno difficile nel gruppo classe e’ lo strumento principe per promuoverne la cooperazione con i suoi pari. E quella del rinforzo positivo e’ una tecnica usata abbastanza universalmente, a partire dai cani pavloviani fino alle strategie di comunicazione.
Insomma, il confronto con altre culture potrebbe arricchire il sistema educativo italiano, partendo anche solo dal contributo personale. Perche’ di insegnanti motivati e appassionati ce ne sono tanti.
Per chi volesse un assaggio di scuola media in Wisconsin, c’e’ il post di Mamma Pinguino, e spero che le insegnanti italiane negli Stati Uniti, o le mamme di figli in eta’ scolare vorranno raccontarci com’e’ la scuola vista dal di dentro.

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