Ho letto con grandissimo interesse il post di Moky. Lei vive in uno stato profondamente Americano, o almeno cosi’ immagino. Possesso delle armi, omofobia, razzismo, sono aspetti di una cultura con poche sfumature, sentimenti paranoici dove il diverso e’ una minaccia, e l’orientamento politico e’ repubblicano.
Moky e’ qui in Usa da tantissimo, sposata ad un Americano: la sua percezione e’ molto piu’ precisa della mia, e mi ha dato da riflettere. Miami e’ una citta’ multietnica e molto poco “Americana” nel senso appena descritto. Non ho idea della diffusione delle armi qui, la Florida e’ uno degli Stati in cui vige ancora la pena di morte, ma se venite a farvi un giro al mio campus, neri e omosessuali sono tantissimi e in citta’ lo spagnolo e’ piu’ parlato dell’inglese.
Ma qui, come in qualsiasi altra parte del mondo, c’e’ sempre qualche forma di razzismo.

Mi hanno detto, durante un pranzo con amici, che latini e afroamericani non si sopportano – similmente a quello che raccontava Moky. Affermavano di non condividere nulla della cultura afro, per esempio per il fatto che non e’ cosi’ centrata sulla famiglia come quella degli ispanici, e per il fatto che i neri sono pigri. Questo aspetto veniva spiegato dal fatto che non hanno voglia di fare niente, camminano lenti e ciondoloni, e che un esaminatore nero invidioso ha torchiato l’aspirante citizen latino ben oltre le 21 domande previste, “perche’ lo sanno che noi siamo determinati a lavorare ed avere successo, mentre loro sono abituati ad ottenere tutto dallo Stato centrale (e capirai ora con un Presidente di colore)”.

C’e’ un ragazzo nero che lavora con My. Lui racconta cose che mi sconvolgono, tipo che una notte un bianco e’ stato rapinato del portafogli, e prima che arrivasse l’alba tutto il ghetto dove lui vive aveva fatto benzina con la carta di credito del poraccio. O di quella volta che speravano arrivasse l’uragano e l’evacuazione per andare a depredare gli appartamenti vuoti. Il concetto che lui esprime senza riserve e’ che quando una cosa gli serve se la vanno a prendere, proprio come sistema di vita. Poi lui e’ una persona davvero carina nei modi, con una grande intelligenza emotiva, ma non sai mai se quello che dice viaggia sul filo della provocazione o ese sta dicendo il vero.

E poi c’e’ quello che vedo. I due quartieri fighi a me vicini, Coral Gables e Coconut Grove, confinano con the hood, il ghetto. E’ sporco, con spazzatura buttata in mezzo alla strada. I condomini sono fatiscenti e tutti in vendita – da almeno sei anni – perche’, si dice, I residenti non pagano l’affitto (“la casa e’ un diritto”) e quindi i proprietari stanno solo aspettando di poterli sfrattare – a quanto pare invano. Lo spaccio e’ ein plein air. I parchi sono frequentati solo da bambini neri – cosi come qui al College i capannelli di studenti neri occupano fisicamente determinati posti e non condividono nulla con ispanici e bianchi. Difficilmente un nero/a mi rivolge la parola in classe, per non parlare di quella volta che mi ero persa e due neri hanno fatto finta di non sentirmi.

Una compagna di colore della classe di speech ha raccontato di aver cercato di convincere piu’ volte i suoi amici di iscriversi al College, col financial aid, e cercare di ottenere un futuro migliore, invano. Mentre il ragazzo di cui parlavo prima, entrato come lavapiatti, e’ stato convinto da My ad applicare come cook 3; non voleva, non gli interessavano ne’ maggiori responsabilita’ ne’ paga migliore. Ora il suo personal goal e’ diventare cook 1 senza istruzione formale, ma con la forza dell’esperienza e della determinazione (edit: ci e’ riuscito).

Il discorso e’ articolato, non e’ affatto cosi lineare come lo sto dipingendo. Le persone sono persone e non sono razze; ma vengo da una cultura in cui ho imparato che il nero americano ha vissuto anni di segregazione e schiavitu’ e solo da pochi anni ha conquistato il diritto all’uguaglianza (e manco tanto), e poi vengo qui e scopro che come al solito c’e’ un grigio enorme fatto di classe socioculturale di provenienza e contesto abitativo/lavorativo. E ho pure scoperto che ora la parola ni**er non e’ solo dispregiativa. Dipende da chi la pronuncia e in che contesto.

Insomma, a volte noi Italiani ragioniamo con il nostro background culturale; e se fossi stata al posto di Moky, e altrettanto capace di dialettica, avrei controbattuto anche io alle opinioni retrograde di quella persona. Ma di certo i miei pensieri non sono piu’ quelli che avevo quando vivevo in Italia.

Qui la storia dei ghetti di Miami.

Ghetto Coconut Grove
www.therealstreetz.com
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