Leggo in un post di una bimba di cinque anni che non vuole andare a trovare il nonno che ha avuto un incidente ed e’ spaventata dal collarino che lui deve portare. E un post di Pattibum su suo figlio che non volle salutare la maestra che sarebbe andata via.

I bambini non nascono preparati ad affrontare le emozioni negative. In generale, a parte le emozioni di base, per tutte le altre emozioni sarebbe bene accompagnarli per mano alla scoperta di tutte le sfumature di emozioni e sentimenti. E non so se anche voi cadete un po’ dalle nuvole come feci io tanti anni fa durante il mio percorso di studi, nel conoscere la differenza tra le emozioni, brevi e immediate, dai sentimenti, duraturi e piuttosto stabili nel tempo.

Sono stata una bambina cresciuta, come tanti della mia generazione, iperprotetta da certe emozioni. Quando ad esempio mori’ mio nonno, il papa’ di mia mamma, lo dedussi da una lettera accartocciata nel cestino della spazzatura poche settimane dopo essere tornati da un viaggio in Finlandia in cui lo avevamo visto in ospedale. Avevo, boh, otto anni? Mia mamma, introversa per indole e per cultura, non ci disse mai nulla. O almeno io non lo ricordo, non so mia sorella. Ne’ negli anni successivi avrei mai partecipato ad un funerale, o sarei mai andata a trovare qualcuno in ospedale. Certi frangenti erano riservati agli adulti, e se mai seppi di qualcuno che mori’ fu solo perche’ vidi un giorno mio padre piangere la scomparsa di una persona a lui molto cara. E la cosa mi sconvolse. Non avevo mai visto mio padre piangere, ma soprattutto non avevo mai sentito parlare di quella persona, percio’ non riuscivo a comprendere il perche’ di tanto dolore.

La vergogna la scoprii un giorno, un paio di anni dopo. che entrai in una camera la cui porta era socchiusa. Vidi mia zia, la sorella di mio padre, che si stava spogliando. Istintivamente richiusi e uscii di corsa, ma lei mi invito’ ad entrare dicendomi che non c’era nessun problema a star li’, e mi insegno’ un aspetto della complicita’ femminile. Se devo dirla tutta, quel giorno pensai che avrei voluto che la mia mamma fosse lei, cosi’ libera da certi tabu’.

Il terrore di essere abbandonata lo provai un giorno in cui dovetti aspettare in una macchina per un’infinita’ di tempo, forse dieci minuti, la mia maestra che era andata a comprare le pastarelle nel bar piu’ affollato di Roma, ma quando lei mi trovo’ in lacrime negai di aver avuto paura.

Il senso di colpa me lo porto dietro ancora oggi. Non credo mi legga, se mai fosse le sto chiedendo scusa col cuore in mano. Ero in quinta elementare quando ad una mia compagna mori’ la mamma. Io non fui in grado di dirle nulla. Mi sembrava una cosa cosi’ grande, perdere la propria mamma, che mi allontanai da lei.

Crebbi cosi’, anche perche’ una certa cultura psicologica, soprattutto quella relativa all’infanzia, non era ancora diffusa a livello divulgativo. Un po’ era, appunto, educazione. Tra l’altro, primogenita, responsabilizzata, in una famiglia con un padre dal ruolo un po’ rigido avendo perso a sua volta il padre da giovane. Un po’ dipendeva dalla mia indole introversa, un carattere chiuso che mi portai dietro fino ai quindici anni. Oggi sappiamo che tenere i bambini lontani dall’espressione delle emozioni li lascia immaturi. Io lo sono stata, e c’e’ una persona con cui ho un debito che non potro’ mai estinguere. Si vede che questi son giorni particolari, e manco a dire che ho settant’anni e si iniziano a fare i bilanci di una vita.

Dopo il diploma persi il contatto con un’amica per un paio d’anni. La quale mi chiamo’ un bel giorno per dirmi che si sposava. Io caddi dalle nuvole. Sposarsi? Esiste questo nella vita dei ventenni? Ero completamente impreparata, io, ancora persa dentro casini tardoadolescenziali amori sbagliati da crocerossina liti con mio padre e indecisione sul riprendere o no l’universita’. Traccheggiai fino all’ultimo giorno nel dirle se sarei andata si’ o no, con suo padre, che mi aveva vista crescere, che giustamente si arrabbiava della mia indecisione. E alla fine non andai alla sua festa. La vidi da lontano, sui gradini del sagrato, che scendeva le scale felice e alternativa come solo lei poteva essere. Silenzio per un altro, boh, paio d’anni, mi chiama e mi dice che divorzia. Capite, era tantissimo per me. Ventitre’ anni e gia’ tutta questa vita. Solo che nel frattempo, per fortuna, avevo incontrato una ragazza che aveva ricevuto un’educazione molto diversa dalla mia, figlia di professori universitari, ebbe per me la funzione di sorella maggiore pur essendo coetanea, e mi insegno’, con il suo essere libera da tanti schemi e timori, qualcosa della vita. Quella vera, non quella ovattata sotto cui ero stata fino a poco tempo prima. Che significava anche osare andare a bussare al portone del sindaco della localita’ di mare in cui eravamo per lamentarsi del mancato ritiro della spazzatura, o protestare col capostazione che ci ammoniva di non camminare lungo i binari – e la multa per la sua sfacciataggine la beccai io 😀

Poi mori’ il papa’ della mia amica di cui sopra. E li’ ricordo poco, andai al funerale, forse accadde prima del divorzio, non ricordo bene i tempi. Ma non credo di essere mai stata davvero vicina a questa mia amica. La quale non ha mai reclamato nulla, peraltro. Nel mio cuore c’e’ sempre stato un posto speciale per lei perche’ siamo cresciute assieme, perche’ abbiamo assaggiato la vita insieme, ma non posso certo dire di essere stata una grande presenza per lei.

Ci perdemmo di vista per qualche anno per poi ritrovarci non mi ricordo quando, ne’ come, quando ancora non c’erano i cellulari ne’ facebook, boh, mi verra’ in mente. E nel frattempo siamo diventate donne, lei venne al mio matrimonio, insieme condividemmo la gioia per l’altra amica che ebbe un bimbo, insomma, facemmo un pezzo di strada insieme, fino alla mia separazione. Da li’ cominciammo a sentirci un po’ piu’ sporadicamente, la mia vita cambio’ completamente, ero impegnata a resuscitare e quando ne venni fuori non ci sentivamo gia’ piu’. Fino a quel giorno di poco piu’ di un anno fa. Non abbiamo ripreso i contatti, ma facebook ti da’ quell’illusione di essere vicini, percio’ ogni tanto ci scriviamo due cavolate e ridiamo.

Ora che io sono una donna diversa, e che porto pesi sulle spalle, e che sarei un’ottima spalla in grado di dare conforto e consolazione, lei, ha vissuto un’altra difficile prova. E’ mancata anche la sua mamma. Una donna che da piccola ammiravo tanto, lei col suo lavoro cosi’ femminile e affascinante, lei che faceva dei ciambelloni strepitosi. Ma ora che io sono diversa mi ritrovo fuori tempo massimo, e forse e’ anche cambiata lei, chissa’.

Quando mori’ mio padre, al funerale sua sorella mi disse Sono rimasta sola al mondo. All’epoca mi stupi’ tanto quella sua frase, lei che ha un marito, due figli e due bei nipoti. Ma ora so cosa intendesse. Se la vita ti taglia le radici il passato cambia prospettiva.

Come adulti influenziamo incredibilmente i nostri figli. E anche se non abbiamo figli, siamo capaci di lasciare un’impronta significativa nei figli degli altri, come fu per me mia zia, come forse sono stata io stessa per tanti miei alunni o per mia nipote. Essere riconosciuti nelle proprie emozioni, venire a conoscenza di un canale per poterle esprimere, e’ importante per i bambini. Domandare come sta, confrontarsi su un punto di vista, aggiungere parole nuove e nuove sfumature ad un racconto di un bambino, lo aiutano a dare colore al proprio mondo interiore.

Se avete voglia di approfondire l’argomento:

– la mia bacheca Pinterest, Psich Tips.
– un bel post di Homemademamma su giochi fai da te e sussidi multilingua
kit gioco della casa editrice Erikson per educazione emotiva eta’ 3-16 anni (l’ho strausato in tutte le classi);
– ancora della Erikson, che ha materiali semplici, pratici ed economici, un libro per esprimere le emozioni nei bambini, la rabbia in infanzia e adolescenza, uno sulla paura delle emozioni a qualsiasi eta’, e in generale l’indice di tutti i loro materiali con etichetta “emozioni”.

E poi vabbe’, in generale leggere aiuta ad imparare a riconoscere e ad esprimere le emozioni.

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