Tante, tantissime persone mi scrivono (ora, prima me lo dicevano di persona) che stanno pensando di andare a parlare con uno psicologo. Il 95% di queste non lo farà mai, forse anche per timore di quello che non sanno, e quindi per loro vorrei provare a raccontare cosa succede in una consulenza psicologica.

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Il primo contatto con uno psicologo è di solito telefonico, e già questo crea uno scoglio. Di solito si ha avuto il numero da qualcun altro e si chiama un individuo sconosciuto per dirgli che c’è qualcosa che non va. Difficile, no? Diverso è il caso in cui si conosce il consulente in altri contesti, come era per me quello scolastico: osservarlo permette di farsi una prima idea a pelle. Questo è il motivo per cui tanti psicologi della nuova generazione cercano di uscire dai loro studi e farsi conoscere altrove per mostrare che siamo umani pure noi. Ma paradossalmente aver visto come è fatto uno specialista non sempre aiuta a fare il primo passo, quello della telefonata, con leggerezza.
Ed è assolutamente normale, e sano.
Di solito si arriva alla decisione di consultare uno specialista quando certe cose dentro di sé sono ingarbugliate da troppo tempo, e da soli non si riesce a venirne fuori. Ma ammettere a se stessi di non avere tutte le risposte costa fatica. Dover chiamare qualcuno sapendo che si andrà lì per raccontare cose molto private o strane o dolorose, costa fatica. Il motivo principale, poi, è che queste cose intime, strane o dolorose sono intime, strane e dolorose proprio perché lo sono diventate col tempo, perché non si è riusciti a trovare una soluzione subito e si sono ingigantite dentro di sé. Sono diventate “un problema”. Chiamare uno psicologo significa ammettere di avere un problema, e tanti non riescono ad accettarlo. Quello che quel 95% di cui sopra non sa è che fare la telefonata allo psicologo significa aver già iniziato a risolvere quel problema.

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Si fa il numero e dentro di se’ si ha il cuore che galoppa. È una situazione sconosciuta in cui si mettono a nudo le proprie fragilità, proprio perché si è in una situazione di bisogno. Di solito la chiamata è relativamente breve, ma raramente sara’ Ho bisogno di un appuntamento- Venga domani alle 5: il consulente non ha la sfera di cristallo deve capire che tipo di problematica porta quella persona, in generale. Per due motivi: il primo è che magari lui non si occupa di bambini/tossicodipendenza/stalking (non siamo tuttologi!) e quindi potrebbe rendersi necessario l’invio ad altro collega; il secondo motivo è che con quella telefonata sia la persona che lo psicologo si stanno formando una prima impressione dell’altro. Inizia la relazione terapeutica, che potrebbe interrompersi dopo quella telefonata o durare dieci anni (ahahahahahah ve siete spaventati, eh??).
Capita spesso, spessissimo, che la persona che chiama, visto che ha preso coraggio, inizi a raccontare tutto tutto tutto al telefono senza riuscire a fermarsi, o che scoppi a piangere. Tranquilli, è normale. Lo fanno quasi tutti, e dipende non dal p r o b l e m a, ma proprio dal fatto che si sta chiedendo aiuto. Ed è un buon segno. E di solito chi chiama uno psicologo per prendere appuntamento, quando chiude la chiamata si sente già un po’ più leggero.

Al primo appuntamento si ripetono tutte le tappe sopra descritte: emotivamente si rimette in gioco tutto, stavolta si parlerà del proprio problema guardandosi negli occhi (nessun terapeuta vi farà entrare e vi metterà sul lettino. Il lettino poi non lo usano tutti, io non lo avevo ad esempio). Non è semplice. La persona che va in consulenza (o che non ci va!) crede che iniziando a parlare l’equilibrio costruito a fatica negli anni si rompera’ irrimediabilmente e verrà travolto dalle emozioni dolorose.
Non è cosi. Si ha questa sensazione perché si è tenuto quel problema dentro di sé per tantissimo tempo, ma il più delle volte accade che parlandone quel fatto diventato problema si ridimensioni e torni ad occupare il suo giusto spazio nella mente della persona. Ed accade che grazie ad un punto di vista esterno si inizia a considerare quel fatto da un’altra prospettiva, meno strana, meno personale (quante volte aprendosi con gli altri si scopre di non essere gli unici a vivere una certa situazione??) e quindi meno dolorosa.

Questa è la terapia.

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Durante la terapia si imparano tante cose nuove su di se’, ma soprattutto si impara a fare collegamenti. La guida del terapeuta permette di guardare con occhi nuovi, e di mettere in relazione fatti e persone, risposte che si sono date e relazioni importanti: cose che apparentemente erano slegate tra di loro ma che invece avevano un senso preciso. Se fosse solo uno sfogatoio si andrebbe a parlare con un amico, no?

Il terapeuta non dà risposte pratiche su come si deve affrontare una certa cosa (ok, solo in alcuni approcci terapeutici e in alcune situazioni specifiche come negli attacchi di panico, ma è un discorso un poco diverso). Un terapeuta non si sostituisce alla persona dicendogli cosa deve fare, e allo stesso modo la persona non sa tirare fuori le sue risorse senza qualcuno che le sappia trovare – se no lo avrebbe già fatto e quel vissuto non sarebbe diventato un problema.
Il terapeuta serve a tirare fuori le risorse di ogni persona nei suoi tempi e con le sue modalità.

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La prima consulenza di solito dura da tre a otto incontri, dipende dal terapeuta, al termine dei quali si decide se fermarsi o continuare, e per quanto (o senza un termine). Oramai solo la psicoanalisi propone terapie di anni e bi-trisettimanali. Più spesso ci si vede una volta a settimana. A volte il primo colloquio e’ gratuito, da un po’ di anni e’ possibile fare consulenze via skype, esistono le terapie di gruppo. Insomma, vi si viene incontro 😀

Per mia esperienza, i primi cambiamenti iniziano a vedersi dopo tre-quattro mesi, ma anche questa è una indicazione molto generale, dipende dalla coppia terapeutica: persona e psicologo.
Non sempre funziona, esattamente come per qualsiasi relazione. A volte la persona si siede e si aspetta che il problema venga magicamente risolto dallo psicologo, a volte si sente che il terapeuta non è così terapeutico. Succede. In quei casi è bene non proseguire, l’investimento emotivo ed economico deve trovare lo sbocco migliore. D’altronde quando vi fa male la schiena e l’ortopedico non la guarisce, andate da un osteopata, no?

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Grazie Baby!

Potete cercare un nome ed un volto sulle Pagine Blu degli Psicologi-Psicoterapeuti.
Potete cercare per area di appartenzenza o intervento su Elenco Psicologi.
Potete cercare il sito dell’Ordine degli Psicologi della vostra regione, qui l’elenco degli Psicologi della Regione Lazio.
Elena e Catherine sono due amiche conosciute su fb, che stimo e che fanno anche consulenza a distanza.

Vi lascio con degli articoli su come scegliere uno psicologo, e sul perche’ non andarci, parte uno e parte due.

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