I travestimenti della Stasi

Non parlo di masturbazione, no. Mi riferisco a tutte quelle persone che amano circondarsi da un alone di mistero, a nascondere chissà quale inviolabile segreto. Anni fa chiesi ad un amico dove abitasse: “A dieci minuti dall’Università!” mi disse trionfante. Capirai, per Roma poteva voler dire qualsiasi cosa, e infatti poi scoprii che viveva a Guidonia Montecelio, e quindi i dieci minuti erano da intendersi ad un percorso effettuato di notte, visto che la Capitale è un po’ congestionata.

Avevo un’amica campionessa di paranoia. Mi chiamava sul cellulare, “Dammi il numero, ti richiamo a casa” le dicevo.
No, ti chiamo io“.
Siamo state amiche per quattro anni e non mi ha mai dato il suo numero di telefono fisso.

Due estati fa ero in partenza per andare dal mio promesso, in teoria avrei dovuto restare da lui per tre mesi. Dal momento che abitiamo vicine le ho lasciato le chiavi di casa, “per qualsiasi evenienza” le ho detto. Si è irrigidita. “Sì però non entro a casa  – mi ha detto – che se poi ti rubano dai la colpa a me”. Se mai dovessi darti la colpa non ti lascerei le chiavi, che ne dici?
E poi accadde che mi servì il suo aiuto. La chiamai e le chiesi di andare a prendermi quello che avevo dimenticato per spedirmelo.
Si portò dietro sua madre, “come testimone“.
L’anno successivo, nei giorni precedenti alla mia partenza, non mi rispose più al telefono.

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