Durante i miei corsi di Psychology e di Human Resources Management avevo studiato la power distance, ovvero la distanza sociale che esiste tra la base ed il vertice di una scala gerarchica. Ne ho accennato la scorsa settimana quando ho parlato del colloquio di lavoro che ho sostenuto e ne avevo parlato gia’ in questo post di qualche mese fa, ma l’argomento merita una ulteriore riflessione.

Il power distance e’ un indice studiato da Geert Hofstede che spiega non solo in che modo la distanza sociale sia culturalmente determinata, ma anche mantenuta e rispettata dalla base piu’ che dai vertici della scala gerarchica.

Hofstede’s Power distance Index measures the extent to which the less powerful members of organizations and institutions (like the family) accept and expect that power is distributed unequally. This represents inequality (more versus less), but defined from below, not from above. It suggests that a society’s level of inequality is endorsed by the followers as much as by the leaders (from Clearly Cultural).

L’Italia e’ un paese in cui c’e’ una grande distanza tra l’autorita’ e la base. Solitamente chi occupa i piu’ alti livelli di una scala gerarchica – fosse pure solo un amministratore di condominio – tende a stabilire e mantenere una distanza non solo emotiva ma anche fisica rispetto a chi e’ al di sotto di lui. In Italia esiste una equazione diretta tra potere e superbia. Non a caso il mio vecchio capo alla societa’ di psicologia per cui lavoravo ci diceva che avremmo dovuto rimarcare la nostra professionalita’ nelle scuole per cui lavoravamo, ambienti in cui di solito invece esiste una qual certa informalita’ nei rapporti. Per lui invece avremmo dovuto sottolineare la nostra superiorita’ attraverso l’abbigliamento (tailleur e tacchi, se possibile occhiali finti) e il non entrare in confidenza con professori, tantomeno con i genitori. Qualcuno di noi agiva in questo modo e non tanto per obbedienza, quanto proprio perche’ si connaturava alla sua personalita’. A me restava davvero difficile, non riuscivo davvero a vedere in che modo uno schermo imposto avrebbe migliorato la mia resa professionale, visto che comunque sono sempre stata rispettata e stimata per il lavoro che svolgevo indipendentemente dal fatto che mi dessero del tu o mi chiamassero per nome. Le uniche differenze erano in terapia individuale e in classe con adolescenti, ma si tratta di situazioni molto particolari in cui davvero la confidenza con chi conduce entra in conflitto con il buon esito dell’intervento.

L’Italia misura 50/120 nella classifica mondiale del power distance index. Non e’ altissimo come ad esempio nelle dittature in alcune culture, soprattutto orientali, ma tra i piu’ alti di Europa. Cliccando sulle immagini avrete i link originari.

Le dimensioni culturali di Hofstede comprendono anche la tolleranza dell’ambiguita’, l’indice di individualismo e quello di mascolinita’. L’Italia ha alti valori per tutti e quattro gli indici.

dimesioni di HofstedeE’ facile immaginare come un paese in cui la distanza legata al potere e’ socialmente accettata e vi siano alta mascolinita’, alti livelli di evitamento dell’incertezza e alti livelli di individualismo, sia un paese abbastanza immobile. Sul quinto indice, l’orientamento a lungo termine, l’Italia non e’ presente, ma sono sicura che chiunque di noi possa immaginare che avremmo misurato bassi livelli.

Se vogliamo fare un paragone tra Stati Uniti e Italia, ecco riassunte le differenze in termini di Power Distance:

Qui negli Stati Uniti non e’ infrequente che il capo esca a farsi una birra con gli impiegati, o che durante la pausa caffe’ si scambino pacche sulle spalle e sfotto’ reciproci sulla squadra di football che ha perso di brutto. Ma dopo dieci minuti, quando tutti tornano ai propri incarichi, il filo invisibile del rispetto del ruolo torna ad essere presente.
Per me Italiana quarantenne non e’ facile sganciarmi dalla cultura di appartenenza. Non mi era facile al College telefonare alla Prof per dirle che sarei stata assente, preferivo mandare una mail, cosi’ come non mi era facile farle un complimento per il nuovo taglio di capelli senza pensare che avrebbe potuto prenderlo come una ruffianeria. D’altro canto mi veniva facile, soprattutto in Italia, criticare l’autorita’ con rabbia e risentimento. Qui e’ normale farlo ma senza tutta quella carica negativa, e la differenza col paese da cui vengo sta nel fatto che l’autorita’ non necessariamente si sente minacciata. Forse un poliziotto un po’ di piu’, ma se un supervisore viene affrontato apertamente da un suo diretto dipendente molto probabilmente, da buon discendente di cultura vittoriana, si limitera’ ad esplodere dentro, senza replicare diametralmente all’altro.

On the other hand, in lower power distance countries there is a preference for consultation and subordinates will quite readily approach and contradict their bosses. The parties will openly work towards resolving any dispute by stating their own points of view. If they cannot come to a satisfactory conclusion, they may choose to involve a mediator. Leaders actually encourage independent thought and contributions to problem solving and expect (within reason) to be challenged (from The Articulate CEO).

Per la nostra cultura e’ impensabile che un dipendente faccia delle rimostranze al suo capo se non introducendole con mille preamboli o sentendosi in colpa, e difficilmente le rivoluzionarie intuizioni di un impiegato sulla ristrutturazione della societa’ verranno ritenute valide, a meno che, ma non e’ detto, non abbia due lauree. Qui, parlo di Miami, il lavapiatti di colore che lavora da mio marito e non ha un appropriato titolo di studio, ha scalato tre posizioni gerarchiche ed e’ diventato cook 1. Qui, e parlo di Stati Uniti, il figlio del signor Marriott, che negli anni 30 aveva semplicemente rilevato una birreria, ha trasformato il concetto di turismo fondando un impero anche grazie al fatto di saper promuovere l’eccellenza, ora diventata uno dei motti della filosofia Marriott. Le buone idee le hanno chiunque.

Forbes: So, the key words are, “What do you think?”

Marriott: The key words are, “What do you think?” The four most important words in business are what do you think. [..] I think it’s really important to listen to your people. You learn a lot when you do.  That’s one of the reasons I visit hotels every year, over 200 a year, is to learn from our people, what’s going right, what’s going wrong. I was in a hotel here in New York today and they had the wrong guest chair in the room and I said, “Get rid of them, let’s go buy some more guest chairs.” They said, “Well, nobody’s told us that in the last five years,” and I said, “Well, here I am, let’s do it.”

Eppure gli Americani ragionano con i numeri e durante la lezione la prof diceva, l’Italia e’ simile agli Stati Uniti nell’indice di potere. Vero sulla carta, ma mi e’ stato difficile farle capire che nei fatti non e’ cosi’. L’unica vera grande differenza negli indici sembra essere invece l’evitamento di incertezza. Noi Italiani odiamo il dubbio e applichiamo regole e norme per evitarlo. Il risultato, lo conosciamo. Siamo incartati nelle leggi e camminiamo con l’avvocato in tasca.

http://www.clearlycultural.com/geert-hofstede-cultural-dimensions/power-distance-index/
http://www.clearlycultural.com/geert-hofstede-cultural-dimensions/power-distance-index/

Vi ricordate Cosa sarebbe successo se Steve Jobs fosse nato in provincia di Napoli? Ecco il vero motivo dell’immobilismo italiano: la sfiducia negli altri e nel futuro, la sicurezza che qualcuno piu’ in alto di noi stia solo cercando di fregarci, che nessuno crede in noi, e la matematicita’ con cui per ogni legge nata per definire una situazione vaga generi un corollario di distinguo che si svincolano dalla norma principale e la trasformano in tutt’altro. Tutte parole che alla fine degli anni ’60 Hosftede riassunse in Uncertainty Avoiding Index.

Non e’ curioso che l’acronimo sia UAI (Unione Agnostici Italiani)? Dubitare sempre.

Questa strana cosa che qui chiamano democrazia e’ uno dei motivi – con tanti altri, vabbe’ – per cui non riesco davvero a capire lo stupore di quando mi si chiede Ma come fai a vivere bene li’? Ma li’ c’e’ la pena di morte!
La democrazia Statunitense e’ uno dei motivi – con tanti altri, vabbe’ – per cui qui sto davvero bene, perche’ so, e lo abbiamo sperimentato con mio marito, che le opportunita’ non mancano mai, che si da’ a tutti un’occasione, che c’e’ fiducia nel futuro perche’ se qualcosa va male basta agire su di essa, che le disuguaglianze sociali sono combattute. Non e’ un paese perfetto, certamente, e ci sono grandi differenze nei singoli Stati. Ma si vive bene. Se fossi stata una psicoterapeuta qui negli Stati Uniti non mi sarei mai sentita dire Ma com’e’ giovane!, senza che venisse messa in dubbio la mia competenza. E se avessi studiato qui fin dal liceo sarei stata piu’ capace di argomentare i miei dubbi al professore di turno, il quale a sua volta avrebbe saputo spiegarmi una lezione con chiarezza, senza nascondersi dietro parole grosse e poco comprensibili; esattamente quello che ad esempio accade in campo medico, dove a differenza dell’Italia una diagnosi viene sempre comunicata perche’ il paziente la comprenda davvero.

E’ allora possibile che dei piccoli numeri facciano tutta questa differenza? Sembrerebbe proprio di si’.

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