Mi svegliavo ogni notte verso le cinque senza respiro. L’unica soluzione per me era cambiare stanza lasciando il letto dove dormivano lui e la nostra gatta Emilia e andare sul divano.
Funzionava. Piano piano I polmoni riprendevano a riempirsi e mi riaddormentavo.
Era un periodo duro per me. Come al solito studiavo e lavoravo, ma siccome non avevo scadenze particolari avevo accettato quel lavoro full time di tre mesi dall’altra parte della città, 25km in motorino per arrivare sulla Laurentina. Prima facevo sondaggi telefonici ma poi mi promossero e mi spostarono al back office. Lì conobbi lui.
Non era bello, non era nemmeno magro, ma era carismatico. L’opposto del ragazzo con cui vivevo da un anno, fidanzati da sette. Eravamo andati a vivere insieme perché l’amico con cui avrebbe dovuto dividere l’affitto gli diede buca all’ultimo momento, e gli venne naturale chiedermi di trasferirmi li. Stavamo bene, era una bella casa, eravamo coinquilini che nutrivano un profondo affetto l’uno per l’altra.

Mi invaghii del mio capo e iniziai a giocare un po’ con lui, facevo la smorfiosa, esattamente come avevo già fatto con quel ragazzo carino in palestra ma non era successo nulla tra noi. Erano solo esercizi di seduzione di una ragazzina.

Il tipo però si accorse delle mie moine e iniziò a stare al gioco, iniziammo a flirtare con sguardi rubati in mezzo alla gente. Mi batteva il cuore, forte, ed era tanto che non succedeva. Poi tornavo a casa e di notte mi veniva l’ansia.
Iniziai ad osservare quel sintomo e capii che il rapporto in cui ero aveva qualcosa che non andava, aveva futuro? Boh. Eravamo fatti l’uno per l’altra, lui era buono, generoso e un perfetto compagno di viaggio, ma era ragazzino, mentre il tipo era un uomo. Decisi di parlargli.
“Mi rendo conto che c’e’ uno che mi piace e non so perché questo mi sta accadendo”, gli dissi. Lui non rispose. Ma non del tipo che rimase in silenzio che so, pensieroso, ferito. Proprio non recepi’ le mie parole. Le rifiutava, evidentemente. Riprovai altre due, tre, quattro volte, sempre lo stesso risultato, poi mollai il colpo e mi concentrai su di me.
Nel frattempo col tipo ci eravamo conosciuti meglio, scoprii che aveva una ragazza da otto anni ma che anche lui si sentiva un po’ al capolinea. Scoprii che era perfino più piccolo di me anche se non sembrava affatto, con quei capelli già grigi. Però mi piaceva, mi sentivo bene quando stavo con lui, iniziammo a messaggiarci di nascosto. La cosa si faceva intrigante. Avevo deciso che volevo avere una tresca col tipo.
La vita però non la decidiamo da soli e niente andò come avevo stabilito, se non il mero risvolto pratico. La prima volta che ci baciammo fu nella sua macchina alla fine dell’orario di lavoro. Ci vedemmo qualche altra volta di sera organizzando uscite con amici del lavoro, il mio fidanzato non chiedeva nulla. Era normale per noi avere due vite sociali completamente separate e poi tornare a casa a dormire nello stesso letto. Anche questo, col senno del poi, era uno dei tanti segnali dello stato della coppia. Ragazzini, sì, non adulti.
Una sera gli dissi che andavamo in pizzeria e invece uscii da sola col tipo. Accadde e fu bellissimo. Ero già troppo in là, ma per me era tutto perfetto, volevo la tresca e avevo la tresca. Nel frattempo però il tipo premeva, insinuava che non fossi felice col mio fidanzato, che avrei dovuto lasciarlo, che lui aveva lasciato la sua ragazza e che non avrei avuto alcun futuro col mio ragazzo. Così il giorno che riprovai a parlargli fu in occasione della lettera della richiesta di rinnovo del contratto di affitto: da un anno a 4+4.
Gli chiesi se secondo lui quella bella casa di due stanze piene di sole, nel quartiere in cui ero nata e cresciuta, sarebbe stata adatta per crescere un figlio. Un figlio???, rispose. Gli dissi che avevo 29 anni e che magari non l’anno successivo, non dopo due, ma entro otto anni sicuramente sarebbe stato un mio obiettivo. Cadde dalle nuvole ed io con lui. Capii che anche per lui eravamo fermi al presente, un eterno presente, bello e anche divertente, ma non eravamo pronti a crescere insieme.
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Il tracollo avvenne una sera che uscii col tipo e lasciai il cellulare a casa in carica. Atto mancato, si chiama, no? Il mio fidanzato, evidentemente ormai stava mangiando la foglia, lo accese e trovò tutti i messaggi che mi scambiavo col tipo. Posso solo immaginare come gli casco’ addosso il mondo, anche se avevo provato a parlargli, ma quella era proprio una doccia gelata.
Il resto accadde molto velocemente. Il tipo approfittò della grande litigata che ne seguì per dettare le sue condizioni, Lascialo e stiamo insieme. Io provai a resistere un po’, avevo voglia che il mio fidanzato facesse un atto di forza di quelli da film, tipo Ti amo, noi siamo speciali e quello lì è solo un sintomo che qualcosa non va che però possiamo aggiustare. Facemmo anche l’amore come mai avevamo fatto in sette anni, ma non bastò.
Non accadde nient’altro. Lui si chiuse in un rifiuto offeso, io mi presi le mie giuste colpe e iniziai ad organizzare riluttante il ritorno a casa dei miei. Il giorno che cercò davvero di fermarmi era quello in cui avrei iniziato a caricare le mie cose in macchina. Era troppo tardi.

Lo rividi due mesi dopo quando andai a prendere l’armadio con un traslocatore per portarlo nella casa nuova che avevo preso col tipo. Era ancora arrabbiato, e giustamente. Io non avevo avuto rimorsi, la nostra bella storia non avrebbe dovuto finire così ma non c’è mai un bel modo di lasciarsi e noi due davvero ci eravamo detti tutto.
Vissi un’estate tormentata, mi rifiutavo di vedermi in fotografia col tipo, tutto era accaduto troppo velocemente e non avevo elaborato nulla, ma ero immatura anche io, sebbene alla soglia dei 30.
Il tipo poi l’ho sposato ma questa è un’altra storia, poi finita male pure quella. Di quel ragazzo conservo invece un ricordo dolce, tenero e pieno di affetto, eravamo cresciuti insieme e scoperto il mondo insieme. Spero, credo, che la donna che poi ha sposato su un’isola in mezzo all’oceano abbia saputo dargli quello che io non ero in grado di donargli.

Solo anni dopo però capii che non era asma, quella mattutina: era allergia al pelo di gatto.

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