Bilinguismo e cultura di appartenenza

Ultimamente si parla tanto di bilinguismo e di abilita’ linguistico-culturali da donare ai propri figli. Sono figlia di una donna immigrata in Italia negli anni ’60 e ho vissuto e lavorato a Roma dove dagli anni ’90, in seguito alla caduta del Muro di Berlino e del comunismo, sono arrivati milioni di immigrati dai paesi dell’Est.

Ma ora fa figo dire expat.

Mia madre decise di non insegnarci la sua lingua. Erano altri tempi, il bilinguismo non si sapeva cosa fosse ed il finlandese era una lingua minoritaria – come lo è l’italiano, che però molti vogliono imparare. Se qualcuno al giorno d’oggi l’avesse sentita parlare con me l’avrebbe biasimata perché non mi parlava in finlandese – lingua alla quale sono stata esposta solo per un brevissimo periodo – così come tantissimi biasimano me quando mi sentono in una interazione di tre secondi con mia figlia e deducono che io le parli sempre in inglese.

Le relazioni sono un insieme di sfaccettature, non un singolo fotogramma.

Mia figlia è quotidianamente esposta all’inglese per 9 ore al giorno, all’italiano per 4. E’ nata negli Stati Uniti e lasciata alle cure di altri fin da quando aveva 6 settimane. Dalla nascita e’ stata esposta esclusivamente ad italiano e spagnolo, poi dall’anno ad inglese e spagnolo, oltre all’italiano. Fatte le debite proporzioni, imparando lei a comunicare con i suoi coetanei e con le maestre in lingue diverse dall’italiano, sono io che devo trovare la strategia per insegnarle la mia lingua madre.

Mia, non sua.

Bilinguismo Miami

Quando mia figlia gioca con le sue quasisorelline amichette parlano tra loro in inglese, anche se sono tutte e tre figlie di italiani. E’ normale, e’ quello che sono abituate a fare nel quotidiano a scuola. Poi magari mischiano qualche parola, e ovviamente capiscono noi adulti quando parliamo loro in italiano. Ma a me capita di risponderle a volte esclusivamente in inglese. E’ la sua lingua, non la mia. E anche se non la parlero’ mai bene, esattamente come mia madre non pronuncia bene l’italiano tuttora dopo 40 anni, lei mi capisce benissimo  e non avendo un grande vocabolario spesso mi risponde in inglese.

Il mio inglese dal duro accento italiano le suona familiare esattamente come il duro italiano di mia madre suona buffo agli altri ma assolutamente normale per me. La lingua e’ musica, basta entrare nella melodia.

Da adulta ho lavorato tantissimo con i figli di immigrati dalla Romania o dal Peru, li ho osservati per anni e tutti avevano la stessa caratteristica: parlavano perfettamente italiano tralasciando la loro lingua madre (o quella dei genitori). E’ uno degli aspetti del processo di integrazione in una cultura differente dalla propria.

Mi aspetto quindi che quando mia figlia sarà più grande si rifiuterà di parlare l’italiano, esattamente come ho visto accadere al 98% degli immigrati di seconda generazione. Il motivo e’ semplice: non avranno nessun altro con cui praticarlo se non la famiglia. Lo capiranno perfettamente ma non vorranno parlarlo, perche’ si sentiranno deboli nella proprieta’ di linguaggio, perche’ sentiranno che e’ una lingua non prioritaria, e anche perche’ vivranno in qualche modo l’imbarazzo di noi genitori non pienamente padroni della cultura di adozione.

Certo l’essere figli di stranieri in America e’ normale, qui tutti vengono da qualche altro posto; e sicuramente l’italiano a Miami o a New York e’ ben piu’ parlato che altrove. Ma ecco, non biasimate i genitori immigrati. Gia’ facciamo una gran fatica, siamo soli con tutto sul groppone, affrontamo tante difficolta’ quotidiane, proprio non abbiamo bisogno di essere criticati dai connazionali per le nostre scelte linguistiche.

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9 pensieri su “Bilinguismo e cultura di appartenenza

  1. Tua mamma è finlandese, che bello! Stavo pensando di mettermi a studiarlo, ma è così difficile! Io a mia figlia parlo italiano e voglio che mi risponda in italiano. Adesso dice ancora poco, è molto piccola, però per me la lingua essendo parte della cultura è molto importante. E voglio passarle anche la mia di cultura, perché la mamma che vede adesso è tale anche grazie al paese in cui è cresciuta, nel bene e nel male. Vedi: mangiare pasta tutti i giorni. Hyvästi!)

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      1. Ho giorni in cui critico questo Paese per il suo consumismo, per la mentalità che in certe zone come le mie è molto puritana, ma alla fine mi piace e nonostante sia penso più difficile ambientarsi nella campagna che nella città, abituata anche alla vita urbana italiana che facevo, devo dire che mi piace e cosa che mi spaventa, sta iniziando anche a piacermi la campagna della Pennsylvania (aiuto, salvatemi finché sono in tempo!). In 4 anni sono stata solo una volta in Italia e devo dire che dopo un mese ero contenta di tornare nella mia seconda casa. Che mi stia ambientando? 😉

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  2. Che bel articolo, Complimenti e ti ringrazio di cuore. Ti capisco benissimo. Il bilinguismo e una ricchezza che dobbiamo cercare di insegnare e conservare, non importa il livello a qui siamo. Io sono straniera che vive in Italia, ma ho il pensiero che mi scorre ormai in Italiano. Con i miei figli parlo raramente nella mia lingua madre che è il bulgaro. Cosa succede : in Italia sono straniera e anche se ho un linguaggio più tosto ricco resterò sempre straniera con accento ( mi dicono che ho accento del nord xaxaxa ) Tornando nel mio paese si sente che sono una persona che vive al estero perché ormai il pensiero scorre in italiano …. Non so se mi spiego … E un casino 🙂 Ma comunque sono del parere che le lingue sono una ricchezza e anche se e la lingua meno parlata vale la pena conservarla e tramandarla. Un caro saluto e grazie per aver condiviso questo pensiero… Svetla Chiara Rachkova

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  3. No, l’ansia da prestazione no, poveri figli, e poveri genitori.
    Criticare i genitori per come scelgono di insegnare ai figli a parlare, per come li vestono, per come li educano ecc. Ma quanto è affascinante mettersi sempre in cattedra e insegnare agli altri come devono vivere?
    Anche la direttrice della scuola di mia figlia ha detto che la mamma avrebbe dovuto parlarle in spagnolo dalla nascita, perché il cervello dei bambini piccoli “incasella” le due lingue in due posti diversi. L’ho detta malissimo, la sai meglio tu?
    Il bilinguismo è un’opportunità, non deve diventare una croce.
    Anche mia figlia, qualche volta qualche parola di spagnolo la dice, non ne ha tanta voglia, ma capisce un discorso completo. Bene così, se vorrà lo studierà per bene e sarà avvantaggiata, così come fa oggi con l’italiano.

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