Tre ore dopo la notizia della sparatoria all’aeroporto di Fort Lauderdale, i telefoni dell’ufficio suonano in contemporanea ordinando l’evacuazione immediata. Due secondi ed ero fuori, non esattamente tranquilla come le altre volte. In pochi minuti abbiamo saputo che si e’ trattato di una fuga di gas in un laboratorio. Negli stessi minuti veniva annunciato l’arresto di un uomo che aveva volato dall’Alaska e appena arrivato al ritiro bagagli ha tirato fuori la pistola che aveva viaggiato in stiva e ha iniziato a sparare uccidendo 5 persone e ferendone 13.

Perche’ sia accaduto in quell’aeroporto e’ tutto da scoprire ancora, magari verrà fuori che anni fa era stato lasciato da una floridiana, ma visto che le occasioni di essere risentiti con qualcuno e possedere un’arsenale atomico qui non sono affatto infrequenti, la riflessione che faccio da tempo va ben oltre il singolo caso ed è di ordine socioculturale.

Lavoro in università e mi capita spesso di vedere persone che sembrano avere un serio disturbo mentale. A Miami, ma credo in tutta l’America, arrivano persone da luoghi estremamente poveri e arretrati, dove il livello di cultura, ne avevo già parlato, non è lontanamente paragonabile alla media italiana. Spesso, come succede nelle località più disagiate del nostro paese, se un figlio ha un disturbo mentale o dimostra comportamenti strani i genitori non se ne rendono conto, per ignoranza o per vergogna. Sono convinta che qui accada lo stesso.

via Pinterest
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Mettiamoci poi che gli immigrati sono soli per definizione, cosi’ diversi dai nativi e mai pienamente parte della cultura che li ospita – ne’ piu’ di quella che hanno lasciato. E che i loro figli saranno una specie di ibrido cresciuto col rifiuto delle radici e nella fame di integrazione. Senza contare che invece i nativi che vivono negli Stati piu’ rurali sono soli per definizione ma nell’altro senso e spesso ricorrono all’homeschooling e/o si convincono che la Terra e’ piatta e che la vita e’ davvero iniziata grazie al dito di Dio.

Mettiamoci pure che qui l’educazione vittoriana ha insegnato a non andare mai oltre un certo limite. Leggevo il blog di un americano trasferitosi in Italia che raccontava che nel suo primo giorno della sua nuova vita da expat gli sono state poste dai nostri connazionali più domande intime di quante gliene avesse fatte sua sorella nella sua intera vita. Qui non si chiede non tanto perché non interessa (a qualcuno davvero non interessa!) quanto perché non sta bene. Noi siamo abituati ad indagare e andare subito in intimità, qui puoi frequentare ogni giorno una persona per anni e non ti chiederà mai che so, che lavoro fa tua sorella. Mi e’ capitato anche di vedere nei ristoranti famiglie che a tavola non si rivolgono la parola. La scena più triste fu di un papà con la figlia, lui tutto il tempo col naso nel cellulare e la piccola si guardava intorno. Certo questo è un problema legato al livello socioculturale.

via Psychiatric Blog
via Psychiatric Blog

Quando si parla con Americani del possesso delle armi, quello che rispondono sempre e’ che 1. I background check ci sono, anche sui disturbi mentali (ma io mantengo i miei dubbi) e 2. Che le zone rurali degli Stati Uniti non assomigliano affatto alla grande citta’ in cui vivo e che quindi essere assaliti da un animale feroce piu’ che da un malintenzionato e’ piuttosto frequente. La riflessione che ho sempre fatto e’ che ci sono Stati qui in cui il vicino di casa piu’ prossimo e’ a 15 miglia e che possedere un’arma ha un senso per queste persone. Non lo condivido, ma comprendo il bisogno. Non comprendo invece il permesso di portare in giro le armi ma non posso che adeguarmi alle leggi di questa Nazione.

L’uomo che ha volato dall’Alaska e’ nato in Usa da genitori portoricani ed era veterano dall’Iraq, dove aveva sviluppato un disturbo mentale. Gli era stato prescritto un trattamento e sembra si fosse rivolto a dei medici. Questo aspetto della storia e’ straordinariamente simile a quella del pilota tedesco che si e’ suicidato con un aereo pieno di passeggeri. Resta il fatto che nessuno accanto a lui si e’ mai accorto che delle voci interne lo tormentavano, che l’Isis aveva preso possesso dei suoi pensieri. Si sarebbe potuto? Forse solo chi come me e’ del mestiere.

Tanti omicidi qui sono commessi da persone che per mesi ingegnano un piano e fanno scorta di armi senza che tutto questo venga in qualche modo intercettato. Per di piu’ la cosa e’ talmente frequente da stare diventando parte della quotidianita’. Qualche settimana fa il campus dove lavorano degli amici venne serrato per la presenza di un uomo armato, in gergo lockdown, ed io ed altre persone non ci siamo particolarmente scomposte. Stiamo facendo l’abitudine pure a questo.

Quel tipo di assuefazione mista a scaramanzia che tocca anche chi vive nel Vecchio Continente.

In Francia gli immigrati sono decisamente ghettizzati in quartieri preposti. Secondo piu’ di un articolo in Italia non si verificano episodi di ribellione come nelle banlieues perche’ noi abbiamo la buona abitudine di suddividere i rifugiati nelle varie cittadine che tendono quindi ad accogliere i nuovi arrivati. E’ sicuramente un’analisi parziale perche’ la nostra immigrazione e’ molto piu’ recente e decisamente meno numerosa, ma ha senso.

Negli ultimi mesi gli attentati in Europa e Medioriente hanno incrociato persone che conosco con una frequenza incredibile, e tutti volavano da qui. Mi aspetto che prima o poi quello che aspira alle 40 vergini o quello che ha sviluppato un delirio paranoide siano sulla mia strada. Le uniche strade per contrastare l’uso delle armi sono la cultura e la prevenzione, ma almeno da questa parte di mondo non ci sono ancora i presupposti per poterne parlare.

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