Tribunale Civile, ore 9. La buonanima è in carne come sempre. Barbuto. Brutto. Tesissssssssssimo. Io tranquilla, lo tratto con un po’ di distacco. Parliamo del più e del meno mentre il nostro avvocato ed amico tarda ad arrivare. Sono felice di sapere che il cagnolino che avevamo sta bene, il brutto male era circoscritto e con un’operazione si è salvata. Lo guardo e mi chiedo, ma come ho fatto a sposarmi con questo?

Alle 10 siamo ancora in attesa del nostro turno, in piedi come tutti. La sala d’attesa è piccola e gremita. Mi stupisce vedere tante facce di persone grandi, divorziano dopo tanti anni di matrimonio? L’usciere, o come si chiama, urla i cognomi scritti sui fascicoli per le udienze del giorno a tre a tre, disponendo le persone davanti le tre stanze.
Beirut. Insisto a dire che Roma è Beirut.
Ci chiamano alle 10.40.
Entriamo, la giudice stavolta è cordiale e accogliente, ci fa accomodare.
Avete celebrato il matrimonio in Comune? Una firma qui. Una firma qui. Arrivederci“.

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