sono arrivata a MiamiAvrei voluto aggiornarvi tre giorni fa, per dirvi che è stata una corsa contro il tempo ma sono arrivata a Miami dopo essere riuscita a fare tutto.

Avrei voluto pubblicare un post con questa foto esplicativa, via Vado, alla fine di lunedì, una giornata pazzesca che mi ha vista prima correre alla posta alle 8.30 per pagare le ultime utenze, poi con mia sorella a fare il passaggio di proprietà della macchina, poi in agenzia viaggi per rifare il biglietto visto che Alitalia mi ha bloccato il credito sulla postepay, compro anche il viaggio in treno per Roma e uscendo da lì ci rendiamo conto che il treno per Porta Nuova sta passando. Corsa forsennata, per quanto potessi correre col poco fiato nei polmoni che mi era rimasto dopo l’allergia ai gatti, nemmeno sono riuscita a dare un bacio decente a mia sorella e a dirle che mi mancherà un sacco.

Arrivo a Porta Nuova, cambio treno fino a Milano, poi cambio treno per Roma. Viene a prendermi Cupido, andiamo a prendere un tè alla terrazza di piazza Fiume dopo aver ritirato il tanto agognato visto all’agenzia DHL. E’ felicissima per noi, quando mi saluta mi abbraccia forte e insieme piangiamo, le dico ridendo tra le lacrime che tutto quello che sta succedendo è solo colpa sua, e che le siamo grati per averci visto così lungo. E poi mi chiama anche suo marito, anche lui mi sostiene e mi incoraggia per questo nuovo inizio così pieno di incognite ma con un punto irremovibile: noi due.

Da lì vado a casa di Lu, dove con orrore scopro che avevo completamente rimosso l’effettivo peso della valigia che domani dovrò trascinare in aeroporto e che ancora è da riempire. Passiamo insieme una bella serata, mi chiamano anche Accollo e la sua fidanzata che hanno sempre delle parole d’affetto per me, Accollo mi ha sostenuta dicendomi che nei momenti peggiori, in quelli difficili che inevitabilmente ci saranno, dovrò ricordarmi di tutto quello che ho fatto, della forza con cui ho perseguito questo obiettivo, del faro che mi ha sempre illuminata. Oh lui riesce a farmi piangere sempre.

Martedì, dopo una notte quasi insonne per l’agitazione, alle 6.10 salgo sul trenino per Fiumicino. Se non ci fosse stato un Lu che me la sollevava sarei partita senza bagaglio. Al check-in scoprirò che pesa trentadue chili e cinquanta e pago la sovrattassa. Mi avvio a fare colazione, perchè Lu è un’amica impagabile ma il caffè le viene davvero male, sicuramente perche’ non ha mai fumato. E mentre guardo gli aerei che fanno manovra sulla pista scoppio a piangere pensando a mia madre, mia sorella e ai nipotini.
Mi imbarco con un’ora di ritardo, appena decolliamo inizio a sentire dei brividi di freddo assurdi. Mi appisolo, mai successo, ma di un sonno leggero e rotto in continuazione dalle vampate sulla pelle che fanno quasi male. Portano il pranzo, una cosa schifosa, non ho mai mangiato così male su un volo Alitalia. Mi riappisolo, mi sveglio nauseata e ho paura di investire il mio sfortunato vicino di posto, mi alzo e mi rendo conto di essere completamente afona. La voce è sparita. Cerco una hostess, le chiedo una tachipirina che mi sembra una benedizione. Guardo il display, mancano ancora 6 ore e mezza all’arrivo, un’infinità. Mi riaddormento, la tachipirina almeno fa il suo dovere e i brividi cessano. Il viaggio però continua ad essere interminabile, soprattutto quando inizia a montarmi una fame assurda e nonostante manchino due ore non c’è traccia dello snack. Di alzarmi nemmeno a parlarne, non ho la forza. Mi riaddormento. Quando portano la pizza col pomodoro e le olive il mio stomaco ha un sussulto e si ribella. Riesco a dare due morsi a malapena e lascio tutto sul vassoio. Finalmente si avvicina l’atterraggio. Inizio a preoccuparmi seriamente di come farò ad affrontare un colloquio con l’immigrazione senza un filo di voce.

Una volta in aeroporto il funzionario mi fa mettere in fila presso un desk, per fortuna c’è una donna, spero che sarà più morbida di quel feroce mastino di due anni fa. Solo che la fila si blocca, davanti a me ci sono tre coppie indiane e il funzionario mi fa spostare ad un altro desk. Siamo in due, nemmeno stavolta c’è l’indimenticabile pelato. Sento che sto per svenire e mi accascio sulle ginocchia, poi il rumore dei timbri sul permesso della ragazza che mi precedeva mi fa rialzare per non farmi trovare in questo stato. Speriamo di andare al colloquio, penso, almeno mi siedo che non ce la faccio più. Invece il tipo è gentilissimo, mi chiede tre stupidaggini, timbra e mi manda via.
Incredibile. Sono entrata negli Stati Uniti senza la minima difficoltà.
Recupero la valigia, passo l’altro controllo, anche qui nonostante la capienza del bagaglio non mi chiedono nulla, se ho cibo o altro. “Are you coming from Italy? This side.” E vado via verso il salone degli arrivi. E qui succede l’irreparabile. Perchè sarà stato il sollievo, o più probabilmente un colpo di tosse che mi strozza e non mi fa più prendere fiato, fatto sta che vomito tutto quello che avevo nello stomaco. Che figura di merda.

E nemmeno a dirvelo, povero amore mio… uno aspetta mesi sognando un momento come questo e invece guarda come ci si incontra. “Non mi baciare – gli dico – ho appena vomitato. E ho la febbre.” Realizzo immediatamente che mio nipote mi ha attaccato l’influenza.
Poi siccome il mio promesso ha sempre fatto così ogni volta che sono arrivata qui, andiamo a fare la spesa, come se lui scordasse che ho dodici ore di volo sulle spalle e qualche altra di veglia, e nel parcheggio lascio un’altro gettito di liberazione. Mettici anche il traffico micidiale per uscire da Miami, arriviamo alla casetta del basilico che sono quasi le 20, che Key Largo e’ ad un’ora e mezza a sud. Vado difilato sul letto, e dormo per un paio d’ore. Poi mi alzo, mi metto accanto a lui sul divano, e mi riaddormento. Finalmente insieme.

Mercoledì. Nonostante mi senta uno straccio dobbiamo andare al college per l’immatricolazione. Povero amore mio aspetta pazientemente che abbia la forza di farmi una doccia e di vestirmi, sono davvero un cencio. Arriviamo lì alle 11, all’accoglienza dell’International Student Service c’è la stessa ragazza haitiana di questa estate, con la stessa identica aria smarrita e la sua pronuncia inglese incomprensibile. Forse ha una palatoschisi, ma vi assicuro che non si capisce proprio niente, come faccia a star lì non lo so. Mandano il mio promesso a pagare l’assicurazione sanitaria, una botta di 690 dollari per sei mesi. Nel frattempo la responsabile dell’ufficio mi dà delle informazioni, inizia a parlare a raffica e dopo cinque minuti ho già dimenticato le prime, e sono troppo spossata, tra febbre e difficoltà di linguaggio, per chiederle di ripetere. Voglio solo andare via. Invece mi dice, e questo glielo richiedo, che devo fare il test di livello per l’inglese, stamattina, dura circa un’ora e mezza. Non ce la posso fare. Per fortuna il mio promesso deve rientrare per andare al lavoro, se ne parla domani. Passo il pomeriggio a godermi il calore della casetta col basilico (nel senso che si muore di caldo) e a tamponare gli eccessi di febbre e tosse.

Oggi. Uno straccio peggio di ieri. Non sono proprio riuscita ad alzarmi in piedi. Ho una tosse che mi sconquassa la testa e i bronchi, la febbre arriva e va via ad ondate. Mi sembra che la situazione non sia migliorata di una virgola. Almeno sono riuscita ad installare internet, perché la smanettona di casa sono io 🙂 e sono tornata in possesso dei miei mezzi di comunicazione. La casetta col basilico è bella, molto accogliente anche se completamente spoglia perché il mio promesso esce la mattina e rientra la sera. Serve la mano di una donna qui. Ma non glielo dite, lui si risente un po’.

Quello che mi rammarica è che non avrei voluto vivere così questo inizio. Non c’è davvero niente di romantico in questa influenza schifosa, non riesco a godermi niente, non riesco a tenermi in piedi, sono senza forze. Avevo immaginato tanto come sarebbe stato il nostro primo vero abbraccio all’aeroporto, e non è andata così, nè è stata come quella immaginata la gioia di varcare la soglia di casa, nè quella di averlo accanto, finalmente. Devo aspettare di guarire, e poi il tempo sara’ tutto nostro.
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